Guerra russo-ucraina, conflitto israelo-palestinese.
Scenari bellici che stanno scrivendo pagine di storia con il sangue di soldati e civili.
Dinamiche ed eventi che ricordano quanto detto dall’inviata italiana per eccellenza del giornalismo di guerra Oriana Fallaci: “Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo».
Infatti, questo inferno in terra non semina solo morti ma condanna a una vita di traumi chi sopravvive.
Conseguenze psicologiche devastanti che coinvolgono tutti, nessuno escluso: dai militari ai civili, dagli adulti ai bambini. Conseguenze di cui parleremo con la dottoressa Rachele Magro, psicoterapeuta specializzata in psicotraumatologia e da anni in prima linea nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress, con particolare attenzione al mondo militare. La sua esperienza sul campo e i suoi studi, confluiti anche in pubblicazioni come “Cuore di Soldato” e “Oltre le Stelle”, ne fanno una voce autorevole per comprendere gli effetti psicologici dei conflitti bellici sulla psiche umana.
Dottoressa Magro, quali sono gli effetti che la guerra comporta a livello psicofisico?
“La guerra è un evento devastante che influenza profondamente la mente e il corpo delle persone che ne
sono coinvolte. Questi effetti possono variare nella loro intensità in base a diversi fattori: dalla gravità delle esperienze vissute alla capacità individuale di farvi fronte. Più abbiamo la percezione di non avere le risorse per fronteggiare un evento e più gli effetti psicofisici sono su di noi devastanti. L’esposizione costante alla violenza e al pericolo, l’impotenza che si vive di fronte alle proprie vite devastate, può provocare stati d’ansia intensi e depressione reattiva, disturbi del sonno con incubi e difficoltà di addormentamento; i sintomi fisici sono principalmente connessi alla iperattivazione del sistema nervoso simpatico fino a portare a un aumento di livelli di cortisolo che a lungo termine ha effetti deleteri sulla salute. L’amigdala media la nostra percezione di paura e di fronte ad eventi cosi perturbanti, è sempre attivata; le conseguenze della guerra influenzano fortemente i nostri network cognitivi. La mente cerca disperatamente di ricollocare ricordi e vissuti terrificanti, come i pezzetti di un puzzle da costruire, e ripresenta sempre il conto finché non sono tutti sistemati e ricollocati nei posti giusti. Solo che è difficile da soli trovare strategie adattive funzionali a dare un senso all’orrore e alla devastazione della guerra. Come esseri umani tendiamo alla sopravvivenza ma spesso abbiamo bisogno di essere accompagnati in un posto sicuro per poter trovare nuove strategie di risoluzione”.
Qual è la conseguenza più devastante e quale quella più sopportabile?
“Una delle conseguenze più note dal punto di vista clinico è il disturbo post traumatico da stress che colpisce sia i civili che i militari coinvolti nella guerra Il PTSD è un disturbo invalidante che si manifesta con flashback, incubi, ipervigilanza, evitamento di situazioni che ricordano gli eventi traumatici e difficoltà a regolare le proprie emozioni. Molte persone diventano dipendenti dall’alcool, dalle droghe o dai farmaci per affrontare il trauma psicologico e il dolore fisico. Il disturbo si infiltra nella nostra vita personale e sociale, la condizione di irritabilità e disregolazione emotiva influenza le relazioni affettive e sociali. Il mondo è percepito costantemente come pericoloso anche quando la guerra è conclusa. Conclusa nel mondo ma rimane dentro di noi”.
Si tratta di conseguenze reversibili o irreversibili?
“La guerra lascia sempre cicatrici dolorose. Come dicevo prima dipende dalla gravità del trauma subito; i
disturbi del sonno possono migliorare nel tempo con le cure adeguate, le condizioni di stress acuto possono diminuire nel tempo soprattutto se si fa accesso alle cure psicologiche, al supporto sociale e si rientra in un contesto sicuro. Tuttavia quando il trauma è profondo e il danno conseguente è severo le conseguenze possono diventare irreversibili, influenzando la qualità della vita delle persone. Gli effetti psicofisici della guerra possono persistere per anni anche dopo la fine del conflitto. Il supporto psicologico e sociale è essenziale per aiutare le persone a recuperare e reintegrarsi nella vita quotidiana, ma questa assistenza spesso è difficile ottenerla in contesti distrutti dalla guerra, Un intervento tempestivo e un sostegno continuo possono fare la differenza nell’attenuare gli effetti a lungo termine”.
In che modo si può porre rimedio a quelle reversibili e come attutire invece quelle irreversibili?
“Ci sono metodi evidence based di provata efficacia come l’EMDR e la CBT (terapia cognitivo-
comportamentale).
L’EMDR si focalizza sull’elaborazione adattiva dell’informazione associata al ricordo dell’esperienza
traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche. Oggi è riconosciuto come
metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli
altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association ,
dall’International Society for Traumatic Stress studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’OMS nel 2013 ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati. A volte è necessario affiancare a una buona psicoterapia anche un intervento psichiatrico per una terapia farmacologica. Per ultimo ma non meno importante educare la società sui traumi della guerra; è un intervento cruciale per creare ambienti supportivi e comprensivi. Sensibilizzare sulle conseguenze psicofisiche del conflitto attraverso campagne pubblicitarie e programmi educativi puo’ ridurre lo stigma e incoraggiare le persone a chiedere aiuto, soprattutto i militari che subiscono lo stigma del disturbo mentale più di chiunque altro”.
C’è differenza tra le conseguenze sui civili e quelle sui soldati?
“Sono tutti esseri umani esposti a un evento che non rientra nella sfera della normale quotidianità. Il fisico e la mente rispondono allo stress, al terrore e all’impotenza nello stesso modo sia che si imbraccia un’arma sia che sia un semplice civile che fugge dalla guerra. La differenza con la popolazione civile forse sta nell’accesso alle cure psicologiche. E’ più facile che un civile chieda aiuto piuttosto che un soldato riconoscersi la fragilità emotiva connessa all’esposizione di condizioni traumatiche”.
Per quanto concerne la sfera dei minori, come e per quanto tempo la guerra devasta la loro sfera
psicofisica?
“I bambini sono naturalmente i più vulnerabili; i traumi infantili legati alla guerra possono avere conseguenze a lungo termine influenzando lo sviluppo emotivo e cognitivo. I bambini possono soffrire anche loro di ansia e depressione, regressione a comportamenti infantili, disturbi del comportamento e difficoltà scolastiche legate a problemi di concentrazione e iperattivazione comportamentale. La diagnosi di disturbo post traumatico è possibile anche in età evolutiva. Il trauma nei minori può influenzare la loro capacità di instaurare relazioni sane, di sviluppare un visione del mondo equilibrata con effetti che durano nel tempo e inficiano il loro futuro e quello della società”.
Cosa pensa si debba fare per fronteggiare queste conseguenze devastanti? Ma soprattutto cosa si
sarebbe dovuto fare ma si continua a omettere?
“Porre rimedio agli effetti psicologici della guerra richiede un impegno collettivo che coinvolge la comunità intera dai governi alle organizzazioni non governative, a ogni singolo individuo. Il supporto sociale e le politiche pubbliche hanno una influenza fondamentale nel ridurre lo stigma e favorire l’accesso alle cure psicologiche legate alle conseguenze devastanti della guerra.
Rispetto al personale della difesa e della sicurezza c’è ancora molto da fare. Gli studi sul trauma sono iniziati proprio con la Guerra del Vietnam e le conseguenze psicologiche sui soldati, ma oggi siamo ancora lontani dal costruire un progetto di sostegno e supporto psicologico per i soldati e i loro familiari che sia capace di abbattere lo stigma. Siamo ancora nel pieno del dibattito, almeno in Italia . Abbiamo ancora molta strada da fare”.
*Foto rilasciata dalla dott.ssa Rachele Magro.
Molto interessante, grazie.
Grazie a lei per leggerci e commentare.