Dall’apartheid di genere alla lotta per i diritti fondamentali: la drammatica realtà delle donne afghane sotto il regime talebano
“In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna”.
Parole scritte dal più grande drammaturgo vissuto a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo: William Shakespeare.
Ebbene, nonostante i secoli passati, oggi queste parole trovano terreno fertile in luoghi dove i diritti delle donne sono puntualmente estirpati come si può amaramente riscontrare dal discorso di Meryl Streep, tenuto lo scorso settembre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la presentazione del documentario The sharp edge of peace, che ritrae le quattro donne che hanno negoziato con il regime talebano dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021.
L’attrice, accompagnata da attiviste, ha denunciato la situazione delle donne in Afghanistan, sottolineando che la loro situazione attuale è un «lento soffocamento», osservando altresì che «Un gatto può sedersi in veranda e godersi il sole, ha più libertà delle donne afghane. Può inseguire uno scoiattolo in un parco. E quello scoiattolo ha più diritti di quanti ne abbia una ragazza oggi in Afghanistan, perché i Talebani hanno vietato alle donne di entrare nei parchi pubblici. Un uccello può cantare a Kabul, ma le donne non possono cantare in pubblico. È incredibile, è innaturale (…) Metà della popolazione vive come prigioniera».
La Streep ha anche ricordato la situazione ormai degenerata nell’ultimo secolo in Afghanistan e come la sua situazione sia un monito per il resto del mondo: «Nel 1971 mi sono laureata qui a New York», ha spiegato, «e nello stesso anno le donne in Svizzera hanno ottenuto il diritto di voto. Un diritto di cui le donne afghane godevano già da più di mezzo secolo. Hanno ottenuto questo diritto nel 1919», un anno prima degli americani e decenni prima dei francesi. Ha anche evidenziato che negli anni ’70 la maggior parte dei lavoratori pubblici in Afghanistan «erano donne, erano medici e insegnanti. C’erano donne avvocato, c’erano donne professioniste di ogni tipo, e poi il mondo le ha abbandonate». Così che i Talebani «le hanno private della loro istruzione e del loro lavoro, della loro libertà di parola e di movimento, fino a imprigionare di fatto metà della popolazione».
Una situazione drammatica che, nonostante i soprusi, le violenza e le ingiustizie subite costantemente dalla donne afghane, non impedisce a queste ultime di ribellarsi.
Come successo, sempre lo scorso settembre, a Tirana, in Albania, dove si sono riunite oltre 130 donne afghane con l’obiettivo di sviluppare una voce unitaria per lottare contro la repressione dei talebani, come è stato riportato da il Guardian.
Il giornale britannico ha riferito che ad alcune donne, che hanno cercato di raggiungere il vertice dall’interno dell’Afghanistan, è stato impedito di viaggiare, alcune sono state fatte scendere dai voli in Pakistan e altre sono state fermate alle frontiere. Altre donne hanno viaggiato da Paesi come l’Iran, il Canada, il Regno Unito e gli Stati Uniti, dove vivono come rifugiate.
«In questi tre giorni, le donne afghane di ogni provenienza si riuniscono per unire i loro sforzi per cambiare l’attuale status quo in un momento in cui le donne afghane sono completamente cancellate dalla sfera pubblica» ha spiegato Fawzia Koofi, attivista ed ex parlamentare afghana, la cui organizzazione Women for Afghanistan ha organizzato il vertice. «Miriamo a definire strategie su come rendere i talebani responsabili delle violazioni dei diritti umani che stanno perpetrando e su come migliorare la situazione economica delle donne all’interno del Paese» ha aggiunto.
Il vertice si è svolto poche settimane dopo la pubblicazione da parte dei talebani di nuove leggi sul ‘vizio e la virtù’ che vietano di far sentire la voce delle donne in pubblico.
Editto per la Prevenzione dei vizi e la Promozione delle virtù
Lo scorso agosto il Ministero per la Prevenzione dei vizi e la Promozione delle virtù ha emanato il provvedimento per la Prevenzione dei vizi e la Promozione delle virtù, che tra i divieti prevede anche quello per le donne di cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico. E ancora: «niente più ginnastica nei parchi pubblici, tantomeno centri estetici. Uno degli ultimi decreti ristabilisce la lapidazione per le donne come sistema di punizione, come se tutto il resto non fosse già abbastanza…».
Ormai sono tre anni che le donne afghane sono puntualmente private dei loro diritti da parte dei talebani con la loro ascesa al potere nel 2021.
Un «deterioramento senza precedenti dei diritti delle donne», è così che Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel Paese, ha definito la situazione in cui versano le donne afghane.
«Per le adulte, le ragazze e le bambine, la vita sotto i Talebani comporta una miseria e una solitudine sempre più profonda e drammatica da affrontare quotidianamente», ha invece spiegato Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus, raggiunta da Alley Oop in occasione del 3° anniversario dal ritorno al potere del movimento fondamentalista islamico.
Le afghane sono state negate di tutti i loro diritti fondamentali: dall’istruzione all’occupazione, dall’abbigliamento all’accesso al sistema giudiziario e i viaggi fuori casa.
Secondo Un Women, il divieto di istruzione delle donne è correlato a un aumento del 25% dei matrimoni infantili e del 45% delle gravidanze precoci.
I dati emersi nel nel 2023 hanno rivelato che il 28,7% delle ragazze afghane sotto i 18 anni erano sposate, di cui il 9,6% sotto i 15 anni.
Non per nulla, le scuole femminili per le alunne sopra i 12 anni sono state chiuse e ad oggi si stima che 1,2 milioni di ragazze adolescenti siano state di fatto bandite dalle scuole secondarie.
Un dramma sociale, economia, giuridico ma soprattutto umano che, ancora oggi, nel 2024, porta ad alzarsi davanti a una donna
Una repressione istituzionalizzata, al punto che i movimenti per i diritti umani si stanno mobilitando affinché l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine nel diritto internazionale.
Un obiettivo che non sarebbe solo una questione semantica, ma anche e soprattutto potente strumento politico e giuridico.
Donne private della vita pubblica e lavorativa
Coi talebani le donne sono state sradicate da tutti gli aspetti della vita pubblica. Ciò «incide sulla capacità di coltivare sogni e aspirazioni, perché i divieti negano qualsiasi tipo di scelta e diritto di essere, violando praticamente ogni aspetto della loro vita» ha spiegato Lanzoni.
Andando nel dettaglio, come illustrato dalla portavoce, «tra le prime cose vietate alle donne c’è stato quello di occuparsi di politica. Non si può uscire senza uomini per non oltre 70 km, dopo gli 11 anni non si può più andare a scuola e quindi neanche all’università. Non si indossano jeans e c’è l’obbligo di coprirsi il viso e il corpo per uscire di casa. Chi aveva divorziato è dovuta tornare con l’ex marito, anche se abusante».
Sono circa 20 milioni le donne e le ragazze a essere colpite da questi divieti . Limitazioni che coinvolgono anche la vita lavorativa: «È vietato il lavoro in diversi ambiti, incluso nelle organizzazioni governative, tranne quello sanitario e scolastico perché la segregazione di genere passa per la divisione dei ruoli anche nel settore lavorativo. Sono state eliminate dai posti di lavoro tutte le avvocate, le procuratrici, le giudici».
Una situazione disastrata che ha dato inizio a una segregazione di genere, confermata dagli indici internazionali dove l’ Afghanistan si colloca all’ultimo posto a livello globale (al 177esimo) nel Women Peace and Security Index 2023/2024 realizzato dalla Georgetown University.
Tra il giugno 2021 e la fine del 2022, secondo il gender country profile di Un Women, i tassi di occupazione sono diminuiti del 25% per le donne e del 7% per gli uomini.
Dall’agosto del 2021, secondo Save the children, circa 29,2 milioni di persone hanno urgentemente bisogno di assistenza umanitaria in Afghanistan, con un aumento del 480% in soli 5 anni. Su una popolazione di 44,5 milioni di persone, più della metà vive al di sotto della soglia di povertà.
Per quanto riguarda il tasso di mortalità materna Afghanistan è all’8° tasso più alto al mondo. Infatti si parla di 620,4 decessi ogni 100mila nati vivi.
Violenza di genere e ripercussioni psicologiche
Per quanto concerne la violenza di genere, l’Afghanistan ha uno dei livelli più alti di maltrattamenti in famiglia a livello globale, con una media nazionale di donne del 50.8% che ha fatto esperienza di violenza da parte di partner o familiari durante la sua vita, con punte del 92% in alcune province. Mentre dal punto di vista dell’inclusione finanziaria, nel 2021 solo il 5% delle donne aveva accesso a un conto in banca personale, contro il 15% degli uomini.
«Sono obbligate principalmente a vivere in casa, tra le mura domestiche, tra le donne o le persone della propria famiglia che spesso sono le uniche che vedono per mesi. Questo isolamento forzato sta portando molte donne e ragazze a una profonda disperazione», ha denunciato la Lanzoni.
Una situazione questa che spiega il perché dei dati allarmanti emersi da un’intervista tra maggio e giugno fatta da Pangea a 100 donne tra i 19 e i 45 anni:«tutte le intervistate hanno pensato almeno una volta in quel mese di tentare il suicidio perché non vedono futuro per loro».
Insonnia, depressione, ansia, perdita di appetito e mal di testa tra i problemi più comuni sono questi gli stati in cui versano le donne afghane che, secondo un’’indagine delle Nazioni Unite dello scorso dicembre, è emerso che hanno definito la propria salute mentale come “cattiva” o “molto cattiva”, si tratta del 76% delle donne e delle ragazze afghane
Quasi 1/5 delle intervistate ha anche affermato di non aver incontrato un’altra donna al di fuori della propria famiglia nei tre mesi precedenti.
«La vita dentro casa isola dal mondo, malgrado internet e l’elettricità che in questo Paese sono un privilegio. Le donne ci hanno raccontato del terrore di ricevere visite di giovani talebani, ci raccontano del terrore di vivere quello che altre hanno già vissuto e raccontato, delle molestie e violenze subite dentro come fuori casa, dei matrimoni forzati, delle umiliazioni inimmaginabili. Ed è così che le paure diventano sempre più grandi insieme alle angosce e a una visione del futuro senza via di uscita», ha raccontato ancora Lanzoni.
La crescente restrizione dei diritti delle donne ha avuto ripercussioni negative anche sull’economia e lo sviluppo del Paese. Questo a dimostrazione di come la crisi economica, umanitaria, politica siano strettamente interconnesse.
«Oltre alla violenza istituzionale contro le donne c’è la fame. La condizione è tale che alcune famiglie danno in sposa le loro figlie minori favorendo matrimoni precoci e forzati con uomini molto più grandi delle giovanissime. I tassi di matrimoni precoci, forzati e infantili sono allarmanti secondo Un Women e continuano ad aumentare, poiché le famiglie ricorrono a queste pratiche come meccanismi di sopravvivenza».
Una situazione raccapricciante accompagnata da dati e dettagli inquietanti, che inevitabilmente riportano alla mente una frase tanto semplice quanto devastante: in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna”.
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