L’amministrazione Trump divisa sulla ripresa dei test nucleari

Mag 28 2020
a cura di Angelo Pinti
Nel corso di una riunione delle maggiori agenzie di sicurezza degli Stati Uniti, l’idea del Presidente di condurre un esperimento dimostrativo per indurre Russia e Cina ad aderire a una nuova versione del Trattato “New START” ha incontrato i pareri contrari di quanti temono che la mossa potrebbe innescare una corsa al riarmo nucleare.

L’amministrazione Trump starebbe considerando l’opzione di condurre nei prossimi mesi un nuovo test nucleare, il primo degli Stati Uniti dal 1992 ad oggi, nella speranza che la mossa possa rivelarsi utile al tavolo delle trattative con Russia e Cina per la conclusione di un accordo trilaterale che regolamenti i rispettivi arsenali strategici. La notizia è stata rivelata pochi giorni fa dal Washington Post, sulla base delle indiscrezioni fornite, sotto condizione di anonimato, da un alto funzionario governativo attualmente in servizio e da due ex funzionari a conoscenza dei fatti.

Le rivelazioni del “Washington Post”

L’utilità e l’opportunità di un nuovo test nucleare sarebbero state discusse il 15 maggio, nel corso di una riunione indetta fra rappresentanti delle principali agenzie di sicurezza degli Stati Uniti a seguito delle accuse rivolte negli ultimi mesi a Russia e Cina di aver svolto test nucleari con esplosioni a basso potenziale, accuse che al momento non sono suffragate da prove pubbliche e che Mosca e Pechino hanno rispedito al mittente. Durante l’incontro, secondo l’insider citato dal Post, sarebbe stato rilevato che un test condotto in tempi brevi dagli Stati Uniti potrebbe rafforzare il potere negoziale di Washington in vista dell’accordo trilaterale di cui sopra, vale a dire il rinnovo del “New START” (Strategic Arms Reduction Treaty) firmato da USA e Russia nel 2010 con la sua estensione alla Cina. Secondo la fonte, la riunione non avrebbe partorito la decisione di effettuare il test, la cui opportunità sarebbe ancora in fase di valutazione. Un altro informatore, invece, ha affermato che l’opzione del test sarebbe stata scartata a favore di altre forme di risposta alla condotta di Russia e Cina.
Quel che sembra certo è che all’interno dell’amministrazione Trump sarebbero emerse forti divergenze sul da farsi. In particolare, secondo altre due fonti citate dal Post, contro l’idea del test si sarebbe espressa la National Nuclear Security Administration (NNSA), l’agenzia appartenente al Dipartimento dell’Energia che garantisce la sicurezza nazionale degli Stati Uniti con riferimento alle armi nucleari e all’energia nucleare.

L’ultimo test nucleare degli Stati Uniti venne condotto presso il Nevada Test Site il 23 settembre 1992. Nella foto, una fase preparatoria dell’esperimento. (Los Alamos National Laboratory)
L’ultimo test nucleare degli Stati Uniti venne condotto presso il Nevada Test Site il 23 settembre 1992. Nella foto, una fase preparatoria dell’esperimento. (Los Alamos National Laboratory)
Le controindicazioni politiche di un test nucleare statunitense

In generale, chi è contrario all’effettuazione del test argomenta che esso non avrebbe l’effetto di “inibire” Russia e Cina, anzi: fornirebbe loro una comoda giustificazione per continuare i propri test e magari alzare la posta in gioco, dando il via a una pericolosa gara al riarmo nucleare. Per la stessa ragione, un’altra conseguenza negativa sarebbe la compromissione dei negoziati con Pyongyang per la denuclearizzazione della penisola coreana. Ampliando la visuale, un eventuale test degli Stati Uniti minerebbe ulteriormente il sistema internazionale di controllo degli armamenti dopo il ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018, dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF Treaty) nel 2019 e quello probabile dal Trattato Cieli Aperti (Open Skies Treaty) annunciato il 21 maggio da Donald Trump, che dovrebbe diventare effettivo alla fine di novembre. Senza dimenticare che il rinnovo del “New START”, il più importante perché impone limiti alle piattaforme nucleari strategiche, è tutt’altro che sicuro, sia per i venti di “guerra fredda” che spirano fra Washington e Mosca, sia perché la Cina ha fin qui respinto le proposte della Casa Bianca (preoccupata dall’attuale sviluppo dell’arsenale nucleare di Pechino) di entrare in negoziati per aderire a una nuova versione trilaterale del patto. Secondo i fautori di un test nucleare dimostrativo, quest’ultimo potrebbe spingere Pechino a cambiare idea, ma la teoria non è convincente.

La mancata entrata in vigore del CTBT e la prassi dei test “subcritici”

Ricordiamo che le preoccupazioni per le conseguenze ambientali e per la salute umana dei test nucleari portarono l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ad adottare, il 10 settembre 1996, il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty – CTBT), che però non è ancora entrato in vigore poiché cinque paesi chiave, pur avendolo firmato, non l’hanno ancora ratificato (Cina, Egitto, Iran, Israele e Stati Uniti), mentre altri tre non l’hanno nemmeno firmato (Corea del Nord, India e Pakistan). Gli USA sembravano prossimi a ratificare il CTBT sotto la presidenza Obama, ma poi non se ne fece nulla, e ogni possibilità in tal senso è stata per ora esclusa dalla Nuclear Posture Review del 2018.
Ciononostante, le principali potenze nucleari che non hanno firmato e/o ratificato il Trattato del ’96 ne hanno apparentemente rispettato i divieti, limitandosi a effettuare test “subcritici” – cioè con esplosioni che non producono una reazione a catena nel materiale fissile ma consentono di testare i componenti delle armi nucleari – oppure (è certamente il caso degli Stati Uniti) con avanzate tecnologie di simulazione computerizzata che consentono di verificare la sicurezza e la prontezza dell’arsenale nucleare. Negli ultimi mesi, tuttavia, Washington ha accusato Russia e Cina di condurre test vietati dal CTBT, cioè con reazione a catena, aggiungendo che sebbene non stia cercando di dotarsi di nuove armi nucleari, si riserva il diritto di farlo se le sue rivali rifiutassero di entrare in negoziati per regolamentare i rispettivi programmi nucleari.

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